domenica 9 aprile 2017

SOTTO LA CITTA' (Una storia di orrore)

Ogni citta' ha i suoi segreti.
Nascosti gelosamente nelle viscere del proprio passato, sotto la sua pelle di asfalto e cemento, nella rete arteriosa che scorre incessante attraverso il suo mondo sotterraneo.
 Dove dormono ed aspettano.
La citta' vive cosi' in perenne attesa.
Fino a che, ogni tanto, il mostro si risveglia e fa capolino con gli occhi febbricitanti, rivelando al resto del mondo i propri dolori, gridando una rabbia nascosta per troppo tempo.
Libero, finalmente.
Segreti inevitabili, peccati privi di assoluzione, di cui bisogna disfarsi prima di ricominciare a dimenticare, a seppellire in fondo alla memoria altri sbagli, altre vergogne.
In un infinito gioco a rimpiattino tra orrore e redenzione.

Don Alvaro si muove lento sull'asfalto sconnesso, schivando i rifiuti, umani e non, che gli intralciano il cammino. In un muto grido di dolore, drizza la schiena artritica, salutando con brevi cenni del capo la folla deferente che si apre al suo passaggio.
I duecento metri della sua passeggiata settimanale, gli servono per ribadire con la sua sola presenza il potere immutabile di vita e morte sul quel micromondo di vita brulicante, tra stradine che si inerpicano verso il cielo o sprofondano nell'abisso.
Mondo che e' diventato contemporaneamente il suo regno e la sua prigione.
Ogni suo passo e' sottolineato da piccoli colpi di bastone sul selciato, ed accompagnato da un'eco di "Buona jurnata don Alva!...", "Stateve buono...", che gli conferma, se non affetto perlomeno sottomissione.
Egli stringe fra i denti il filtro della sigaretta, silenziando convulsamente la sua sofferenza nell'impronta di un sorriso.
Questa seppur breve concessione alla luce indiscreta del giorno, pur disapprovata dai suoi consiglieri, e' diventata vitale, anche solo per nutrire il suo smisurato orgoglio, prima di tornare nella buia notte della latitanza. Gli si avvicina un omino in un logoro camice da lavoro : " Don Alva', gli ho fatto a statuina, je piace?", e gli allunga uno sgorbio in gesso dove le sue fattezze si distinguono a malapena. Un grazie affrettato, prima di continuare la passeggiata.
Il suo bunker, pieno di ogni comfort come si conviene ad ogni dorata prigione, lo aspetta poco piu' avanti, sorvegliato, come ogni suo passo, da occhi vigili ed armati.
Un altro tipo di occhi, piccoli e rossi come gocce di sangue, lo osservano attenti da una piccola fenditura a livello della strada.

domenica 19 marzo 2017

09/03/2017 : RADIOGRAFIA DI UN CONCERTO

Nel mio notturno, e spesso proficuo, ondivagare alla ricerca di scampoli di buona musica, mi sono trovato nelle situazioni piu' disparate.

Io (premessa)

Ho assistito insieme ad attempati coetanei, all'affascinante esibizione policroma degli Yes;
 ho condiviso con ragazzotti dark, borchiati e tatuati, l'esperienza della furia musicale dei Dream Theatre (noi, appena usciti dal lavoro, in giacca e cravatta);
ho ascoltato un redivivo Neil Young immerso nell'affascinante cornice architettonica della piazzetta barocca di Piazzola sul Brenta;
mi sono lasciato ammaliare dalla ipnotica tromba di Enrico Rava in un fumoso teatro tenda, dove le scarpe si appiccicavano ad ogni passo a sostanze misteriose.
La musica unisce, la musica accomuna.
L'esperienza recentemente avuta al Freak Out di Bologna, e' comunque stata particolarmente eccentrica.
Il luogo e' una specie di Estragon in miniatura, un tipico locale alternativo, ben conosciuto da chi frequenta la notte musicale bolognese.
Di solito gli spazi da concerto sono annunciati da luci, manifesti ed accessibili parcheggi.
Qui, nulla di tutto cio'.

Il Freak Out (il dove)

Da uno dei cavalcavia che sorvola la sottostante ferrovia e porta verso il centro della citta' (una normale strada di passaggio piena di lampioni e gente che si affretta seguendo normali e metodiche direttive), si scende per una scalinata stretta e sporca fino ad una zona residenziale fitta di grattacieli condominiali, la cornice di una apparentemente normale periferia cittadina.
Ma, appena arrivati alla fine della discesa, si entra in un mondo "a parte", che di "normale" non ha nulla.
Lungo i binari, sfilano una fila di caseggiati malconci, illuminati da piccole oasi di luce giallastra. Un monotono ritmo percussivo mi attrae verso un locale (piu' un anfratto, una fessura nei piloni del cavalcavia, opportunamente denominato "Il Buco"), dove quattro ragazzotti picchiano come fabbri su enormi bonghi colorati, ossessivamente, lo sguardo perso che segue personalissimi schemi armonici. Entro ed esco nel giro di un minuto: non e' il posto che cerco.
Girato l'angolo scivolo in un passaggio maleodorante, che attraversa il cavalcavia soprastante, tra pareti fitte di murales mezzo sbiaditi, verso l'ignoto. Non un cartello, non un segnale.
Solo mucchi di "roba", che riposa nel buio.
Non essendoci alternative, decido comunque che sia la direzione giusta.
Fatti pochi metri, un bivio.
Prendo a destra, e finisco davanti ad un club prive' di non chiara destinazione. Porta di legno massiccio e ben rifinito, battenti dorati : un ambiente totalmente alieno al resto della zona, che infatti lo circonda, ostile.
Ma ancora non e' quello che cerco.
A sinistra invece la strada finisce contro un malconcio caseggiato. I muri sono ricoperti di manifesti, muti testimoni di passati happening musicali, un vero arazzo multicolore dove gruppi dai nomi stravaganti sono in posa in eccentriche foto di gruppo.
Di fianco all'entrata una scritta a pennarello nero sui mattoni scrostati dichiara : "Freak Out is here", e mi conferma di essere giunto a destinazione.
Bene.
Ovviamente, essendo arrivato due ore prima, il locale e' vuoto.
Accanto all'entrata, un tazebao di spessa carta bianca alto due metri, riporta a penna tutti i prossimi concerti.
Di gruppi a me completamente sconosciuti.
Ma il programma e' ricco, testimonianza dell'intensa vitalita' del locale.
Lentamente comincio a respirare un'aria familiare, un'atmosfera solida e concreta, il residuo acre ed intenso che la musica lascia nei luoghi in cui e' stata, anche dopo che le luci si sono spente. Sono arrivato, sono a casa. Soprattutto sono qui per il Moro.
L'ho rincorso da un po' di tempo, ed infine l'ho trovato.

lunedì 20 febbraio 2017

UNA (lunga) STORIA MUTANTE parte terza

Facciamo il punto della situazione 

I mutanti, dopo i cataclismatici eventi di House of M, si leccano le ferite, richiusi e sorvegliati tra le quattro mura dello Xavier Institute da un esercito di Sentinelle.
Cerebro, la macchina trova-mutanti che il prof. Xavier manovra con la sua abilita' telepatica, e' silente da tempo, e coperta da un triste velo di polvere.
Nel frattempo si sono moltiplicati gli attacchi di una nuova setta di fanatici col pallino della pulizia genetica, i Purificatori, guidati ed ispirati dal reverendo William Stryker che vuole concludere l'opera iniziata da Scarlet Witch determinando la definitiva e totale scomparsa della razza mutante.
Mentre accade tutto cio', improvvisamente una piccola speranza fa capolino nella fredda e lontana Alaska, rischiarando le tenebre dell'incerto futuro della razza mutante : 
Cerebro comincia a pulsare, rivelando la prima nascita dotata di gene X dopo quasi un anno.
Questo, che poteva essere l'incipit del racconto della rinascita degli X-Men, diventa anche l'inizio della loro ennesima tragedia.
Ma d'altronde, si sa, con i lieto-fine non si fa business.
La neonata Hope è la prima mutante che rivela i suoi poteri (ancora non ben definiti), dopo House of M, e la sua nascita diventa concreto simbolo di speranza.
Purtroppo e' anche la scintilla che da' origine ad una vera e propria guerra civile all'interno della comunita' mutante.
Intorno a questo piccolo miracolo si scatenano infatti fin da subito le brame di tutte le fazioni mutanti: i Marauders di Sinistro, i Purificatori (comandati prima da Stryker e poi dall'androide caccia-mutanti Bastion), gli Accoliti, Predatore X (creatura ibrida che si nutre di dna mutante), i Reavers di Lady Deathstrike (un'altra vittima come Wolverine dei tentativi di fondere l'adamantio con le ossa umane). 
Anche nel monolitico gruppo degli stessi X-Men si cominciano ad evidenziare piccole crepe, soprattutto tra Xavier e Scott Summers che hanno opinioni diverse su come gestire la situazione.
E cio' inizia a creare i presupposti per l'imminente crollo.
L'unico che si prende a cuore le sorti della piccola neo-mutante, e' un redivivo Cable.
Egli, nella doppia funzione di babysitter e guardia del corpo, cerca soprattutto di salvarla da Alfiere, il tormentato poliziotto mutante che viene dal futuro, e che ritiene Hope responsabile della sua terribile realta'.
Questo in fondo e' il problema : Hope e' la salvatrice della razza mutante oppure la responsabile della sua definitiva distruzione?
Dopo aver identificato queste due differenti linee temporali, Forge, il mutante con il potere di manipolare la tecnologia, spedisce in entrambie alcuni compagni (Layla Miller ed alcuni doppi di Madrox l'Uomo Multiplo) per capire e prevenire.

domenica 15 gennaio 2017

IL SOGNO DEL MOSTRO

La meravigliosa vita di Frank Lentini

Qualche volta il mostro, smessi temporaneamente gli abiti dell'anima tormentata che vaga alla ricerca di un proprio posto nel mondo, si permette il lusso di sognare.
Sono sogni di gloria, di folle plaudenti, di calorose strette di mano e sorrisi senza paura.
Anche il mostro di Frankenstein, nel buio della stiva della nave che lo porta al suo esilio al Polo, sogna di conquistare il pubblico, facendosi ammirare stretto in un frac mentre balla un improbabile tip tap, oppure piu' semplicemente lasciarsi andare dolcemente al ritmo di una banale, meravigliosa, vita famigliare (come ci ha narrato Mel Brooks in "Frankenstein Junior").
Dopo il sogno a volte si sveglia farfalla, e, aprendo le fragili ali, vola leggero verso mete lontane mentre l'aria freme di un meritato applauso.
"Si puo' fare!", verrebbe da citare.
E' una calda mattina di fine estate.
Una piccola folla si e' riunita nel centro del paese, vicino ad un incrocio tra due vie trafficate, dove il sindaco, in divisa ufficiale con tanto di fascia tricolore, si appresta ad iniziare il suo discorso, su di un piccolo palco improvvisato.
Nella mano destra tiene ben saldo il capo un lungo drappo di velluto che copre un oggetto quadrangolare posto su di un piedistallo alla sua destra.
Li' vicino, l'imponente chiesa barocca risplende nel sole, e sembra benedire l'evento.
Egli si schiarisce la voce e comincia la sua presentazione.
Durante l'enfatico monologo il dialetto gioca con l'italiano una vittoriosa partita a rimpiattino, rendendo il tutto piu' caloroso e spontaneo.
La folla approva ad ogni pausa, con brevi cenni del capo.
Alla fine del discorso, il sindaco si fa scivolare il drappo tra le dita con un colpo secco, rivelando una grande lapide commemorativa di marmo chiaro, vergata in semplici caratteri : una semplice frase di ringraziamento rivolta al personaggio per cui si e' organizzata la manifestazione, a sua imperitura memoria.
Accanto alla scritta, una piccola foto in bianco e nero attaccata con lo scotch, dove un uomo, ritratto a figura intera, sorride in posa.
Dalla folla si alza un emozionato mormorio di soddisfazione.
Un  bambinetto nel suo vestito della festa, fino ad allora impegnato a mangiarsi le unghie, si gira e osserva la foto.
Per un attimo rimane interdetto, gli occhi spalancati dallo stupore.
Poi scoppia in una breve risatina maliziosa.
La mamma si gira bruscamente verso di lui, lo strattona con fermezza e gli intima di tacere.
Il momento e' solenne, accidenti!
Lui non capisce, non crede di aver fatto nulla di male, ma si adegua per paura di ulteriori rappresaglie.
Come dargli torto, d'altronde : non fa altro che il suo mestiere, quello di bambino, nel cui mondo non esiste la parola "diplomazia", ai suoi occhi tutto e' gioco, e meritevole di scherno.
Ma questa volta qualcosa di strano, in quella foto, c'e' davvero.

mercoledì 14 dicembre 2016

UNA (LUNGA) STORIA MUTANTE seconda parte

Grant Morrison (2001-2004)
 
All'inizio degli anni duemila, il mondo mutante subiva le conseguenze di uno boom demografico senza precedenti.
Le testate avevano continuato a moltiplicarsi  raggiungendo il ragguardevole numero di 7 : "Uncanny X-men", "X-men", "X-force", "X-factor", "Excalibur", "X-man", a cui si era aggiunta "Generation-X" di Lobdell/Bachalo ennesima variazione sul tema "scuola-per-superdotati", ognuna con il suo team di personaggi, che spesso si incrociavano in estenuanti cross-over, affogando il fedele lettore in un oceano di mutazioni.
Al contrario della quantita', che sovrabbondava, era la qualita' che cominciava a latitare, mentre un pubblico sempre piu' smaliziato cominciava a reclamare nuovi stimoli.
Per gestire questa situazione magmatica, venne chiamato colui che della qualita' aveva fatto il suo marchio di fabbrica : quel Grant Morrison, che aveva ringiovanito vecchie glorie come la Doom Patrol in casa D.C.
Egli riusci' in soli 40 numeri dei suoi "NewX-men" a soddisfare sia gli affamati di novita', sia gli ultraconservatori.
Il suo tocco magico, tra classicismo ed innovazione, rinvigori' l'UM (Universo Mutante)  preparandolo alle sfide degli anni duemila.
Introduce il personaggio di Cassanda Nova, sorella di Xavier e sua antagonista fin da dentro l'utero materno. I tentativi di distruggerla, sono destinati a fallimento, perche' i suoi poteri mentali le consentono ogni volta di crearsi un nuovo corpo. L'odio per il fratello la portera' ad annientare  ogni cosa egli ami, ad esempio l'isola di Genosha, vero simbolo del sogno di Xavier di trovare per i propri pupilli un oasi di pace ed indipendenza.

venerdì 18 novembre 2016

UNA (lunga) STORIA MUTANTE. Prima parte

La mutazione e' il detonatore per ogni esplosione evolutiva.
Se non fosse stato per un piccolo gene, apparentemente impazzito ma poi rivelatosi fondamentale per la nostra evoluzione, forse saremmo ancora appesi ad un ramo a guardare il mondo dall'alto (e visto come abbiamo gestito male questa nuova situazione, forse era meglio restare sugli alberi).

Il progresso tecnologico, tentando di risolvere le anomalie, ha finito per eliminare anche quelle potenzialmente utili, creando un periodo di stagnazione genetica.
Una soluzione drastica al problema potrebbe essere quella ipotizzata dal romanzo fantascientifico "L'araldo dello sterminio" di Michael Shaara del 1981, dove, tramite l'uso di un gas letale altamente selettivo (uccide tutti quelli che hanno un Q.I. inferiore ad un certo livello), si cerca di dare la spinta definitiva al genere umano.
Il concetto e' conosciuto : si chiama " preservazione della diversita'".
Questo la Marvel lo ha capito benissimo, ed ha cercato fin da subito di sfruttare, narrativamente parlando, le potenzialita' del gene X, il gene mutante.
Nella sua realta' le mutazioni sono improvvisamente esplose in tutto il mondo come bombe a tempo, determinando una forzata convivenza tra normale e diverso.
Con evidenti dolorose conseguenze.
Da anni infatti su TERRA 616 e' in atto in una guerra tra homo sapiens e homo superior, una lotta fratricida tra conservatori e progressisti, con il vincitore determinato a segnare il cammino del genere umano.
All'inizio i mutanti erano niente di piu' che uno sparuto gruppo di teen-agers afflitti dai dolori della crescita e alle prese con poteri e responsabilita' al di sopra delle proprie forze, semplicemente alla ricerca di un po' di pace e comprensione.
Oggi sono diventati una nazione ben organizzata, anche se divisa in fazioni, ognuna con una precisa idea di come gestire il proprio futuro.
Ma la strada per arrivare a cio' e' stata lunga e dura.
Il primo mutante copnosciuto e' Namor il Submariner,  nato nel 1939 dalla penna (e matita) di Bill Everett sulle pagine della rivista "Motion picture funnies weekly" della  Timely Comics, futura Marvel.
Namor, la cui vera natura si scoprira' solo successivamente, vive nel suo mondo acquatico, tutto compreso nel ruolo di Signore degli abissi, e ben al di sopra di ogni miseria umana (a parte qualche sortita sulla terra emersa a caccia di una compagna).
Ma i mutanti storicamente piu' famosi sono ovviamente gli X-Men.
All'inizio erano degli sprovveduti cucciolotti, gettati in pasto alle belve da una natura crudele, nell'arena gladiatoria della vita.
In seguto pero', hanno imparato a difendere piuttosto bene la propria liberta' e dignita'.
 
Suddividero' cronologicamente la loro storia secondo le gestioni dei principali autori che via via si sono succeduti al timone delle serie principali.

giovedì 17 novembre 2016

Qualcosa sui sistemi elettorali (...mazza che post attrattivo!)

by Robo


Tutto scorre...lentamente 
Siamo alle soglie di un ennesimo tentativo di cambiamento istituzionale. Ricordate i precedenti? La riforma, da parte del governo di sinistra, del titolo V ci ha regalato enti regionali che si sono (almeno alcuni di loro) sputtanati nello spreco di denaro pubblico; la bicamerale di D'Alema fallì perché il Berlusca non voleva lasciare alla sinistra il merito di aver avviato un cambiamento radicale; il referendum sulla riforma istituzionale del governo Berlusconi (la c.d. Devolution) fu bocciato sulla spinta dell'argomentazione del rischio democratico.
Bene, ora il Berlusca e D'Alema sono alleati de facto per far fallire la riforma istituzionale di Renzi che reca in sé almeno qualcuna delle loro pregresse proposte. Certo che sentire Berlusconi parlare di pericolo di derive autoritarie a me fa pensare che 1) sto pericolo non c'é mai stato, neppure prima, quando a farlo presagire era la sua proposta che pur aumentava, a differenza di questa, i poteri del premier; 2) si dicono le cose che conviene dire per opportunità politica, tutti; 3) esisterà un reale rischio democratico quando la maggioranza dei cittadini inizierà realmente a preferire altre modalità di governo, non solo a parole tipo "a da venì baffone...", ma votando una italic version di Putin o Erdogan, e questo a prescindere dal sistema di voto e istituzionale 


"Non sono cattivo...é che mi disegnano così!"

domenica 13 novembre 2016

ESTETICA GIAPPONESE (work in progress)

Shibusa
La assidua ricerca per costruirsi la Via, la strada attraverso la quale riuscire a vivere in maniera soddisfacente, non puo' prescindere per il giapponese da un raggiunto equilibrio sia interiore, con il proprio io, sia esteriore, con la natura.
Questo percorso passa attraverso un profondo senso estetico.
Non e' cio' che noi occidentali riconosciamo come mezzo per distinguere il bello dal brutto, ma piuttosto un atteggiamento nei confronti del mondo circostante.
Fortemente influenzato dalla visione buddista del'esistenza, diventa un modo di interpretare la vita, una miscela di accettazione, equilibrio ed osservazione, e passa attraverso l'applicazione di tre concetti fondamentali, i cosiddetti tre segni buddisti dell'esistenza : l'insoddisfazione (ricerca), l'impermanenza (accettazione) e l'impersonalita' (osservazione).
Lo sforzo e' quello di costruirsi piccole oasi di serenita' ed equilibrio, nel caos emotivo del vivere quotidiano.
Come tanti chiodi da roccia, che permettano allo scalatore di continuare la sua salita alla vetta.

 
  Wabi sabi 
La strada per la perfezione e' ardua ed impervia.
Il viale che conduce al giardino zen, rappresentazione del luogo idilliaco e finalmente realizzato che ci aspetta alla fine del Lungo Viaggio,  e' spesso lasciato nel caos naturale del normale fluire dell'esistenza, e rappresenta la fatica del Percorso (la Via, il Tao).
Il concetto di Wabi Sabi (che puo' essere tradotto come l'unione di "semplice e austera bellezza" e "patina rustica"), tanto caro ai giapponesi, definisce un atteggiamento nei confronti della natura e della sua bellezza, l'atto puramente contemplativo, la sorpresa quando essa si manifesta, la capacita' di coglierla anche nelle sue forme meno appariscenti, l'accettazione della transitorieta', di ogni sua imperfezione.
In realta' non esiste imperfezione nell'ordine naturale delle cose.
Un nodo nel legno, la scheggiatura di una tazza, un ramo spezzato : tutto contribuisce all'equilibrio, tutto ha una sua giustificazione esistenziale.
La bellezza nel wabi sabi trascende i concetti estetici come noi li intendiamo, va cioe' al di la dell'aspetto esteriore delle cose.
 
  Mono no aware 
Il concetto estetico del Mono no aware, e' quello che piu' si avvicina a cogliere l'essenza della cultura giapponese. Puo' essere tradotto come "il pathos delle cose", e fotografa il tentativo di coglierne la bellezza nella transitorieta', la dolce tristezza che accompagna la fine di ogni cosa, e la sua serena accettazione.
Anche qui e' l'osservazione, la parte essenziale.
Nei films del regista Ozu diventa piu' importante l'espressivita' delle cose che la recitazione degli attori. L'inquadratura di un vaso, di un angolo tagliato dalla luce, spesso valgono piu' di mille parole. L'Hanami (la festa dei fiori di cigliegio) ne e' l'espressione piu' piena.
 
  Yugen 
Yugen puo' essere tradotto come "profondita' misteriosa", ed e' la contemplazione della natura filtrata dalla nostra immaginazione, il tentativo di cogliervi cio' che va al di la della sua semplice visione. Non e' osservazione passiva, ma anzi, la ricerca del nostro equilibrio entro il vasto mondo che ci circonda e' aiutata anche tramite l'esperienza, la sensibilita' che ci costruiamo attraverso la vita, che diventa cosi' essenziale per capire la profonda e misteriosa essenza della natura.
Cio' che e' solo suggerito da una visione imperfetta, deve essere completato dal suo ricordo, dall'emozione che ci ha donato. Nel suo significato di "grazia profonda", lo Yugen ha un ruolo importante nel teatro Noh.
La cerimonia del te (cosi' come la pratica del giardino zen) riesce a coniugare questi concetti : Yugen e Aware nei suoi significati di moderazione, profondita' ed eleganza, il wabi/sabi inteso come semplicita' rustica.
 
  Kire

Il Kire (taglio) esprime invece la necessita' di separare un oggetto dal suo contesto naturale per coglierne l'essenza. E' esemplificato dalla pratica dell'Ikebana e dalla poesia Haiku.

  Iki
L'Iki e' l'estetica della seduzione.
Il concetto trova una sua applicazione nel mondo delle Geisha, dove la capacita' seduttiva e' elevata a pura arte.
Si puo' suddividere in tre passaggi ben definiti e codificati, come tre atti di uno spettacolo teatrale :
   la seduzione vera  e propria, fatta di movimenti sinuosi, mai volgari, che alternano grazia e sensualita', entro uno schema ben definito,  che l'abilita' della geisha  rende spontaneo;
   l'energia spirituale, il carburante che sostiene l'atto in tutti i suoi passaggi, e ne permette lo sviluppo;
   la rinuncia, che segna l'inevitabile fine, ma, mentre rivela l'artifizio del gioco (la geisha non vende amore, ma arte e bellezza), lo rende altrettanto reale.

 
Tutti questi aspetti dell'estetica giapponese (e molti altri), sono riassunti nel termine shibusa (o shibu) che ne definisce il risultato piu' alto.
Sette sono i suoi punti essenziali : semplicita', modestia, tranquillita', naturalezza, ruvidezza, l'implicito e la normalita'.

lunedì 10 ottobre 2016

RITORNO IN GIAPPONE

In poco tempo decido : ok, si torna in Giappone.
Troppe le cose lasciate sospese.
 Troppi i tasselli che mancano per illudersi, ancora una volta, di avere capito fino in fondo questo popolo enigmatico.
Per cui infilo le gambe sotto il tavolo, accendo il computer, ed inizio il mio secondo viaggio nel paese da cui origina il sole (e tante altre cose).
Lo compiro' attraverso l'analisi di alcune parole chiave, semplici all'apparenza, ma che, come tutto in Giappone, di semplice non hanno nulla.
 
Kanji 

Sono tre le civilta' che per prime hanno sviluppato un sistema di scrittura tramite l'utilizzo di rappresentazioni simboliche : gli egiziani, con i loro geroglifici, gli assiri e babilonesi con i caratteri cuneiformi, ed i cinesi, con l'utilizzo degli ideogrammi.
Il bisogno per tutti, era quello di trasmettere l'idea di un oggetto, di un avvenimento, di un sentimento, nel modo piu' chiaro e sintetico possibile.
L'ideogramma (kanji), piu' di una semplice parola, diventa cosi' una una piccola finestra aperta sull'anima di un popolo, lasciandoci intravedere il loro modo di interpretare il mondo che li circonda. Un esempio : la parola Isola e' composta da due kanji che significano rispettivamente, uccello e montagna.
Graficamente richiama proprio un volatile appollaiato su di una roccia, e deriva dall'osservazione che spesso gli uccelli marini nidificano su piccole isolette rocciose.
Questo metodo di scrittura inizia a prendere piede in Giappone, intorno al Vsecolo,, dopo i primi contatti con la cultura cinese.
 Successivamente accanto ai kanji, si sviluppano altri due tipi di scrittura autoctone :
     l'hiragana che semplifica il kanji sfruttando soprattutto le sue assonanze fonetiche e che fu inizialmente usato prevalentemente dalle donne, considerando gli ideogrammi cinesi troppo complicati,;
     il katakana, metodo di scrittura quasi stenografico utilizzato dagli studenti, forse per distinguersi dall'altro, vituperato, sesso.
Il primo viene oggi utilizzato per i verbi e le preposizioni; il secondo per tradurre i termini stranieri e scientifici.
Entrambi questi sillabari fonetici integrano l'uso della scrittura ideografica, creando un sistema originale e piu' adatto alla lingua giapponese. Oltre che avere una funzione puramente comunicativa, la scrittura ideografica nella cultura giapponese assunse nel tempo una valenza artistica, e ancor piu' spirituale.
Questo e' lo Sho-do, o via della calligrafia.
Con il suo attrezzario di pennelli, inchiostri, fogli speciali, panni assorbenti, fermacarte e recipienti vari, e'un sistema ritualizzato che necessita dedizione, applicazione e rigore. Lo scopo e' riuscire a creare un equilibrio tra mente e corpo, tra semplicita' e bellezza.
Chi la padroneggiava, poteva ambire ad elevarsi socialmente.
Per i samurai, invece, serviva per raggiungere l'equilibrio interiore necessario ad affrontare le sfide della propria professione.
Ma era, ed e', soprattutto pura arte, con il suo alternarsi di pieni e vuoti, di dolcezza ed energia, che seguono nel suo evolversi, le emozioni dell'artista.
 

giovedì 15 settembre 2016

Moro - Forlì con gli occhi bassi



Dice: parla di te, dei tuoi sogni, nella Forlì degli anni Novanta. Di quello che volevi diventare e di come ti sei perso, se ti sei perso. Di come la città ti ha sviato, ti ha bloccato e ti ha tradito. Ma Forlì non mi ha tradito. Quello che volevo diventare, più o meno, sono diventato. Certo, all'inizio volevo essere Beccalossi, Paul McCartney e T.S. Eliot – ma poi ho pensato che era meglio un posto fisso da intellettuale di stato.
            Quello che mi sono perso, negli anni Novanta come negli anni Ottanta, è Forlì.
            Scrivo questa cosa in un appartamento in periferia. Il PC è appoggiato su un tavolo nuovo in una cucina nuova – nuova per me – con vista sui tetti e sulle colline intorno a Predappio. Quando lavoro in casa guardo questo spicchio di colline in lontananza – ne imparo i contorni, ne interpreto le macchie di colore. Sono un po' mie: il pezzo che si vede bene, sotto al cornicione di un tetto, e quello seminascosto dietro a tre alberi e a un paio di parabole. Conosco queste colline meglio di quanto conoscessi qualunque pezzo della mia città negli anni Novanta. Le conosco perché le guardo. Forlì, negli anni Novanta, non la guardavo mai.
            Ho passato gli anni Ottanta e gli anni Novanta a spostarmi – in bicicletta, in macchina, a piedi – e a immaginare cose. Immaginavo quello che sarei diventato, o fantasticavo su quello che ormai non sarei più potuto diventare. Immaginavo storie con ragazze che sapevo di non poter avere. Immaginavo di diventare un calciatore, per qualche via fortunosa, senza neanche impegnarmici troppo. Immaginavo di essere un musicista famoso. Uno scrittore. Un professore universitario, un intellettuale letto e ascoltato. Immaginavo, e non alzavo mai lo sguardo. Piazza Saffi era un luogo di ritrovo con gli amici, corso Garibaldi e via delle Torri erano territori di caccia. Le chiese romaniche, i palazzi nobiliari, le vie romane, le spianate dove prima c'era un teatro – tutto questo non esisteva. Le terre desolate intorno a via Ravegnana o viale Risorgimento, per me, per noi, valevano quanto i vicoli di Schiavonia e Piazza Duomo, già Piazza Santa Croce – e forse di più, perché quando devi diventare qualcosa sono meglio le strade senza nome, rispetto alle piazze che di nomi ne hanno cambiati due o tre.
            Non guardare le cose, penso ora, è una forma di tradimento. Ma io Forlì, negli anni Novanta, l'ho tradita davvero, più volte e non solo col pensiero. L'ho snobbata e me la sono lasciata alle spalle – o almeno così credevo. Me ne andavo altrove, a conoscere altra gente, e intanto le colline erano qui che mi aspettavano.